Originariamente scritto in portoghese, tradotto da OpenAI.
Quando mi chiedono come ho iniziato a scrivere lettere, rispondo che non era pianificato. La vita mi ha spinto fin qui. Vedova, madre di tre figli, nonna di due, imprenditrice nel settore tecnologico, vivevo immersa nel mio lavoro. Fino a quando ho scoperto Slowly, un’applicazione che connette persone di tutto il mondo, e ho capito che lì c’era un intero universo da esplorare senza passaporto, senza imbarco, ma con la stessa emozione di un viaggio. Ho iniziato timidamente, scambiando pochi messaggi. Ma presto ho capito che non si trattava solo di “conoscere persone”, ma di immergersi in altre realtà. Ricevere una lettera da qualcuno dall’altra parte del mondo è come aprire una nuova finestra dentro di sé. È leggere come vengono vissute le stagioni in altre parti del mondo, sentire l’odore e immaginare il sapore di cibi che non ho mai assaggiato, sentire parlare di musiche che forse non avrei mai scoperto da sola e conoscere storie di vita che sembrano uscite da un libro.
All’inizio, la barriera linguistica sembrava una sfida. Ma ho scoperto che, in pratica, non impedisce una connessione autentica. Al contrario: mi ha fatto imparare, cercare, sbagliare e ridere degli errori. Ho scoperto parole nuove, sfumature culturali ed espressioni che non hanno una traduzione perfetta, ma racchiudono sentimenti universali. E questo scambio è andato ben oltre il vocabolario: mi ha insegnato pazienza, curiosità e rispetto per il tempo e la realtà dell’altro.
Col tempo, ho capito che anch’io avevo storie da raccontare. E che queste storie, anche se semplici, avevano valore. Scrivere lettere è diventato un esercizio di presenza. Diversamente da una conversazione istantanea, la lettera richiede pausa, riflessione. È un tempo che ti prendi per pensare a ciò che vuoi davvero dire, a ciò che vale la pena lasciare scritto. Ho scoperto che custodivo molte più cose dentro di me di quanto immaginassi e scrivere è diventato il mio modo di metterle nel mondo.
Con ogni lettera, ho imparato di più su me stessa. Ho scoperto che posso ridere da sola ricordando una battuta che qualcuno mi ha raccontato mesi prima. Che posso commuovermi con la descrizione di un tramonto che non ho mai visto. Che le amicizie virtuali possono essere forti quanto quelle in presenza. Che è possibile creare legami con persone che forse non incontrerò mai di persona, ma che hanno lasciato segni profondi sul mio cammino.
Ho ricevuto consigli che conservo ancora oggi. Ho condiviso vittorie e sconfitte. Ho raccontato delle mie passeggiate nei boschi, del mio bulldog francese chiamato Robson Roncador, delle musiche che hanno accompagnato fasi importanti della mia vita. Ho condiviso momenti di vulnerabilità che forse non avrei avuto il coraggio di raccontare a chi mi sta vicino. E, in cambio, ho ricevuto storie di coraggio, amore, resilienza, solitudine, fede, amicizia… storie che hanno cambiato il mio modo di vedere il mondo.
Slowly mi ha portato anche lezioni inaspettate. Ho imparato a rispettare il silenzio, perché a volte la vita dell’altro è frenetica, o non è pronto a rispondere. Ho imparato che il “tempo di risposta” non definisce l’importanza di una connessione. Ho imparato che un testo semplice può portare più affetto di mille belle parole.
Poco a poco, ho notato che non stavo solo conoscendo nuove culture, mi stavo riscoprendo. Questo scambio mi ha fatto mettere in discussione cose che consideravo verità assolute. Mi ha fatto rivedere concetti, vedere altre prospettive e, soprattutto, mi ha ricordato che non esiste età per imparare qualcosa di nuovo. Oggi, a 56 anni, posso dire di avere amici in tutto il mondo. Alcuni mi mandano foto di tramonti, altri dei loro piatti preferiti. C’è chi scrive di politica, chi invia poesie, racconti, haiku, chi condivide dubbi esistenziali… e persino chi racconta degli animali che incontra nella riserva naturale dove lavora: ho ricevuto racconti su orsi, istrici e cinghiali. E amo ciascuno di loro a modo suo.
Questa esperienza mi ha tolto dalla mia zona di comfort e mi ha restituito qualcosa che non sapevo nemmeno mi mancasse: la capacità di meravigliarmi. Quando lasci spazio per ascoltare storie reali, inizi a vedere bellezza dove prima non la vedevi. Ti rendi conto che, anche in paesi diversi, con culture distinte e realtà opposte, tutti portiamo dentro le stesse domande: “Chi sono?”, “Cosa mi rende felice?”, “Chi voglio essere da ora in avanti?”.
Per me, Slowly non è solo un’applicazione. È un esercizio quotidiano di empatia, pazienza e curiosità. È la prova che la tecnologia può davvero avvicinare, se usata con intenzione. È un promemoria che, anche in un mondo frenetico e rumoroso, esiste ancora spazio per conversazioni profonde, lente e significative.
Oggi non posso più vivere senza questo scambio di lettere. Mi ispirano, mi mettono alla prova e mi ricordano che, non importa la distanza, ci sarà sempre qualcuno disposto a condividere un pezzo della propria storia e ad ascoltare la mia.
P.S.: Questo testo è stato scritto originariamente in portoghese. Alcune parole possono perdere un po’ della loro grazia quando vengono tradotte, ma spero che l’essenza rimanga la stessa.